Ad un anno dall’inizio del progetto Communitas, ecco un intervista all’educatore di riferimento per la cooperativa Labirinto, Lorenzo Guccini, con l’obiettivo di fare il punto e di approfondire due macro attività progettuali: lo svolgimento dei tirocini lavorativi e l’autonomia abitativa.

Buongiorno Lorenzo, ci racconti quanti ragazzi sono impegnati nei tirocini dall’inizio del progetto Communitas, in quali ambiti, con quale criterio sono stati selezionati e quali sono i risultati ottenuti?

Sono (o sono stati) impegnati 10 ragazzi nei tirocini. Hassan Deeb Hamdan Ramadan lavorava alla Antica Pizzeria 2.0 by Mery di Pesaro, Zaheen Zaryali e Tajdar Hussain continuano a lavorare all’America Graffiti di Pesaro, Sayed Alì Asghar ha lavorato alla pizzeria Braccino 5 di Pesaro, Said Haidar ha lavorato alla Farmacia Zongo di Pesaro, Leonard Patrick al Vivaio Pascucci di Pesaro, Saikou Ceesay e Islam Ahmadzai lavorano all’Hotel Due Pavoni a Pesaro, Morsal Abdelfattah al ristorante L’Artista, Bakar M Yusuf dal Fiorista Latini.
Sono stati selezionati tutti dapprima per il requisito di avere asilo politico, poi per merito, con l’impegno che hanno dimostrato nei corsi e nelle varie attività organizzate dagli Sprar. I risultati ottenuti sono che alcuni hanno continuato a lavorare dove hanno svolto il tirocinio, altri hanno preso una strada diversa o per scelta o per necessità perché non c’era modo di continuare il tirocinio; però siamo convinti che comunque attraverso questa esperienza abbiano acquisito competenze che li hanno aiutati e li aiuteranno nel trovare un lavoro fuori dal progetto.

Quali sono gli aspetti più importanti a tuo avviso di questo intervento progettuale?

Sicuramente l’inserimento dei ragazzi nel mondo del lavoro con l’opportunità di crearsi una rete sociale di contatti lavorativi e non che può assolutamente favorire l’integrazione sociale, e le competenze che i ragazzi possono acquisire nel corso del tirocinio, che poi possono sfruttare nella ricerca di un lavoro fuori dal progetto.

Ci sono aneddoti o storie che ti hanno colpito?

Quello che mi ha colpito è che le persone che arrivano da noi, al contrario di quanto si possa credere, hanno già un bagaglio di esperienze, competenze e conoscenze molto alto. C’è anche chi fugge da zone di guerra e dalla povertà, chiaro, ma c’è anche chi ha studiato, chi aveva una propria attività, chi ha una famiglia economicamente benestante alle spalle, ma che si rende conto di non poter investire nel proprio futuro nel proprio paese, vuoi per la povertà, vuoi per il rischio che l’attività salti in aria in un attentato terroristico, vuoi perché in un attentato terroristico si sono persi dei parenti e si ha paura di vivere nella propria casa.

Cambiamo argomento, ci racconti quali sono gli step per l’attività dell’housing sociale? 

L’housing sociale è argomento spinoso. Gli step, ufficialmente, sarebbero i seguenti: con i vari ragazzi in uscita dagli sprar e che hanno aderito al progetto, si concordano delle coabitazioni attraverso dei colloqui sia in singolo che in gruppo; poi si trova una casa, si fanno tutte le pratiche per stipula dell’affitto, allacci e/o volture delle utenze con la supervisione del tutor di progetto e si inizia la coabitazione. La realtà è che, come per i cittadini italiani, senza un contratto di lavoro è difficilissimo, se non impossibile, trovare case (figurarsi con un regolare contratto) per chi non ha un vero e proprio contratto di lavoro in mano. Quindi la ricerca è molto spesso vana, o i ragazzi trovano autonomamente delle camere sfruttando la propria rete di contatti della propria comunità di appartenenza.

Secondo te è un elemento che merita risalto nella creazione dell’autonomia socio-economica? Se si perché?

E’ un elemento importantissimo nell’autonomia socio-economica, perché l’avere un’abitazione, una casa, è un primo step per poter fare parte di una realtà sociale, per poter vivere in maniera tranquilla e, non ultimo, per poter tentare un ricongiungimento familiare. Inoltre l’housing sociale inteso come coabitazione permette di abbattere le spese e di creare relazioni al di fuori della propria comunità di appartenenza, sia con migranti di diverse culture (ma abbiamo avuto anche problemi di convivenza fra diverse culture ovviamente) sia con italiani.

C’è qualcosa che ti ha colpito di questa attività progettuale?

Quello che mi colpisce è come in realtà alcuni dei ragazzi nel progetto abbiano saputo crearsi una rete sociale piuttosto fitta mentre erano negli sprar, e sono riusciti in autonomia a trovare un’abitazione ed a gestire il tutto in assoluta autonomia.