PAROLE SEMPLICI. Si potrebbe condensare così l’incontro di sabato 15 dicembre 2018 svolto a Fermo in località Monte Pacini, nato entro la cornice dell’evento finale del progetto Communitas finanziato dal Fondo Asilo Migrazioni Integrazione, evento denominato “Communitas. Un calcio d’inizio per l’integrazione” per raccontare cosa è successo durante i 15 mesi del progetto, ma anche e soprattutto per aprire nuove porte e spazi a quella faticosa e sempre più impervia via che si chiama integrazione. Una di queste è lo sport e il progetto, nella sua fase finale, si è caratterizzato per caricarsi un pò in spalla una piccola ma davvero ricca esperienza di incontro e di fratellanza, che ha coinvolto volontari, operatori, cittadini e migranti SPRAR, maturata in quell’oasi di energie e idee che è diventata negli ultimi anni la Fattoria sociale Monte Pacini di Fermo, dove girano temi generatori da sempre: volontariato e impegno sociale, educazione e diversità, accoglienza e intercultura.  L’associazione Save The Youths – una organizzazione panafricana e non solo etnica – e la Fattoria sociale hanno costituito il Save The Youths Monte Pacini, un club di calcio di terza categoria che annovera non solo stranieri e migranti ma anche persone locali e finanche un paio di ragazzi con disabilità (in tema di disabili è già attivo il Soccer Dream Monte Pacini).

Dare spazio e visibilità alla squadra e ai suoi protagonisti, con la produzione anche di un bel video, ha significato in realtà aprire, in modo anche sorprendente, altre porte e altri sensi: quelli del dirigente organizzativo federale, che si è scoperto commosso per aver rinverdito con la nascita della squadra – a cui ha dato un importantissimo contributo – la sua anima di insegnante ed educatore e di sentirlo oggi in sé ancora più profondamente per ciò che sta avvenendo con il Save The Youths Monte Pacini; quelli del direttore di un ipermercato, che sta raccogliendo i frutti di percorsi avviati di inserimento al lavoro di migranti e ricordando che davvero ‘c’è  spazio per tutti’, se si ha il senso e la dignità del lavoro; quelli dell’ex, da poco, caporeparto di una nota azienda calzaturiera della zona, che ha citato due ‘pilastri-giocatori’ come ‘i miei angeli custodi in fabbrica, esempio splendido di voler imparare, e se in fabbrica vogliono bene a tutti e due è perché lo meritano”; quelli dell’operatore SPRAR-calciatore, per il quale “la cosa che mi rende felice è stare con voi, condividere queste emozioni. Quando sento le loro storie ancora mi chiedo come sia impossibile non rendersi conto. Ma la bellezza è proprio la diversità e l’accettare tutto”.

E tante altre emozioni e riflessioni, anche non scontate, come quelle della responsabile di una cooperativa sociale di tipo B, che ha raccontato il percorso non rituale di una ragazza che fa assemblaggio meccanico, “un lavoro che di solito fanno gli uomini, nel quale però ha messo tutto e con molto orgoglio e dignità ha raggiunto la sua posizione”, e dopo il tirocinio oggi ha il suo contratto di lavoro.

Storie quindi non solo di calcio, ma di lavoro, di difficoltà, di integrazione, che, cosa importante, non devono rimanere chiuse in sé ma appunto intessere come fili le connessioni vitali di ciò che può essere chiamata una comunità e la sua anima.

Oltre i percorsi e le opportunità individuali realizzati e rivolti a migranti con protezione (21 tra Pesaro e Fermo) e con finalità di autonomia socio-economica, il progetto Communitas mira a guardare avanti e appunto più verso le connessioni: la squadra di calcio è già un crocevia, ma, ad esempio a Fermo, altre sono sotto osservazione, come la realtà stessa della Fattoria sociale e il suo variegato portato di integrazione o, anche sulla spinta di azioni dentro Communitas, uno sguardo nuovo alle connessioni che possono coinvolgere le coop sociali di tipo B.  

Parole semplici, si diceva. Perché tutti sappiamo che le parole semplici sono le più difficili.