L’AUTONOMIA ABITATIVA DI RICHIEDENTI ASILO E TITOLARI DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE IN ITALIA 1

Fabio Colombo, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, DESP – Dipartimento di Economia, Società, Politica

Abstract
L’accesso alla casa in Italia è particolarmente complicato per chi “parte da zero”, come i giovani e gli
immigrati, a maggior ragione se presenti da poco nel paese come i richiedenti asilo e titolari di protezione
internazionale in uscita dai progetti di prima e seconda accoglienza nel sistema SPRAR o dai CAS. Il sistema
abitativo italiano è infatti caratterizzato da un alto tasso di abitazioni in proprietà, una bassa quota di
edilizia pubblica, un basso livello di protezione sociale nel mercato in affitto, un importante ruolo della
famiglia nella produzione e riproduzione sociale dell’accesso alla casa. Tutte caratteristiche che – unite
all’esistenza di discriminazioni nel mercato abitativo – rappresentano un fattore di esclusione per chi non ha
una famiglia da cui ereditare l’accesso alla casa o non ha reddito sufficiente, o sufficientemente stabile, per
poter accedere a un mutuo o pagare un affitto dando le garanzie richieste. Dopo aver approfondito questo
quadro di sfondo, il paper presenta alcune iniziative promosse e gestite da enti pubblici e/o enti del terzo
settore per facilitare l’autonomia abitativa di richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale in Italia:
accoglienza in famiglia, cohousing e altre iniziative di housing sociale. Vengono poi presentate nelle
conclusioni alcuni possibili insegnamenti che si possono trarre dall’analisi di queste iniziative.

Il sistema di accoglienza e la condizione abitativa di richiedenti asilo e titolari di protezione
internazionale in Italia
Il Piano Nazionale d’integrazione dei titolari di protezione internazionale del Ministero dell’Interno (2017)
auspica che l’uscita dall’accoglienza nei progetti SPRAR o CAS venga accompagnata con un supporto
all’autonomia abitativa. Lo SPRAR è l’ex Sistema di Protezione di Richiedenti Asilo e Rifugiati, un sistema
pubblico per l’accoglienza di richiedenti asilo, titolari di protezione umanitaria e titolari di protezione
internazionale diffuso su tutto il territorio italiano, coordinato dallo stato centrale e implementato dagli
enti locali con la collaborazione di enti gestori privati del terzo settore. Il sistema era organizzato in progetti
territoriali gestiti a livello locale per l’inclusione abitativa, sociale, culturale ed economica dei seguenti
destinatari:
 Richiedenti asilo: coloro che presentano allo Stato italiano domanda per il riconoscimento della
protezione internazionale, e che entrano nei progetti SPRAR in attesa della risposta alla propria
domanda.
 Rifugiati: coloro che ottengono la protezione internazionale ai sensi dell’art. 1 della Convinzione di
Ginevra recepita in Italia dalla legge 722 del 1954, che definisce il rifugiato come una persona che
“temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad
un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese d’origine di cui è
cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese”.
 Titolari di protezione sussidiaria: coloro che, pur non possedendo i requisiti per il riconoscimento dello
statu di rifugiato, ottengono comunque una forma di protezione internazionale – denominata appunto
sussidiaria – perché se rientrassero nel loro paese correrebbero seri rischi di subire danni gravi.
 Titolari di protezione umanitaria: coloro che vedono respinta la loro domanda di protezione
internazionale ma ottengono un permesso di soggiorno per protezione umanitaria ai sensi dell’art.5 del
decreto legislativo 286/1998 perché si ritiene che sussistano gravi motivi di carattere umanitario.
 Minori stranieri non accompagnati: minori che non hanno cittadinanza dello Stato in cui fanno ingresso
e che sono privi dell’assistenza dei genitori o di altri adulti per loro legalmente responsabili.
Il sistema è stato riformato con il Disegno di legge che ha convertito in legge il Decreto 113/2018 del
governo recante disposizioni in materia, tra le altre cose, di protezione internazionale e immigrazione. Il
decreto ha ridotto le tipologie di destinatari del sistema SPRAR, escludendo i richiedenti asilo e
rinominandolo in “Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non
accompagnati”. Da dicembre 2018 quindi destinatari del nuovo sistema sono unicamente i titolari di
protezione internazionale (rifugiati o titolari di protezione sussidiaria) e i minori stranieri non
accompagnati, dato che il decreto ha contestualmente abolito l’istituto della protezione umanitaria
sostituendolo con permessi di soggiorno per casi speciali (tra i quali cure mediche, sfruttamento lavorativo,
violenza domestica), che rappresentano una casistica molto più ristretta rispetto alla protezione
umanitaria, con permessi più limitati nel tempo e in alcuni casi non rinnovabili.
A fianco dell’ex SPRAR, in seguito all’incremento del numero di richiedenti asilo in arrivo in Italia, a partire
dal 2014 sono stati introdotti i CAS – Centri di Accoglienza Straordinaria, che con il tempo e a dispetto del
nome è venuta configurandosi come una forma di accoglienza ordinaria, visto che la maggioranza delle
persone ha finito per essere accolta in questi centri per periodi anche molto lunghi. Dei circa 174 mila
migranti presenti nel sistema di accoglienza italiano alla data del 3 aprile 2018, circa 138 mila sono ospitati
nei CAS, 26 mila in progetti SPRAR e i restanti 10 mila in centri di prima accoglienza (Openpolis e ActionAid,
2018).
Il periodo di accoglienza nei progetti ex SPRAR o CAS dura sei mesi, prorogabili di altri sei mesi, per i titolari
di protezione umanitaria o internazionale, e per tutto il tempo necessario alla risoluzione della pratica per i
richiedenti asilo. Non sono però disponibili dati su quanti di questi migranti in uscita dai progetti di
accoglienza raggiungano l’autonomia abitativa. Secondo gli ultimi dati disponibili relativi ai soli progetti
SPRAR (SPRAR, 2018), nell’anno 2018 sono uscite dai progetti 9.037 persone di cui: il 43,1% ha concluso il
proprio percorso di integrazione con “uno stato di autonomia (lavorativa e/o abitativa)”, non è chiaro
quindi quante di queste circa 3.900 persone abbiano effettivamente raggiunto un’autonomia abitativa e in
che forma; il 30,8% è uscita al termine del periodo di accoglienza previsto senza precisazioni in merito agli
esiti in termini di autonomia lavorativa o abitativa; il 23,6% ha abbandonato volontariamente l’accoglienza;
il 2,3% è stato allontanato; lo 0,3% ha optato per il rimpatrio volontario e assistito. Altre informazioni
riguardano le azioni di orientamento e accompagnamento abitativo messe in atto all’interno dei progetti
SPRAR (Ibid.): nel 2017 sono stati implementati in tutta la rete SPRAR 18.454 interventi volti all’autonomia
abitativa, e più precisamente: incontri tra operatori dei progetti e beneficiari per la presentazione e
spiegazione dei diritti e doveri degli inquilini (in media 13 incontri a progetto); selezione e valutazione di
annunci immobiliari da parte degli operatori del progetto insieme ai beneficiari (in media 10 interventi a
progetto). Altri interventi che vanno più nella direzione di promuovere concretamente l’autonomia
abitativa sono stati attivati in misura molto minore: la locazione di singole stanze in appartamenti con
connazionali e altri migranti è attivata nel 9% dei progetti (3 interventi a progetto), l’erogazione di un
contributo alloggio al momento dell’uscita dell’accoglienza nell’8% dei progetti (2,5 interventi a progetto),
l’attivazione di contratti di locazione in soli 280 casi in tutta Italia (1,5% dei progetti). Questi dati non ci
danno un’informazione precisa su quanti migranti raggiungano effettivamente l’autonomia abitativa ma
forniscono una misura di quanto sia complicato garantire una transizione all’autonomia abitativa per coloro
che si trovano nel sistema di accoglienza italiano. In particolare gli operatori dei progetti SPRAR riportano le
seguenti difficoltà riscontrate per garantire efficacia agli interventi di accompagnamento abitativo: la
precarietà lavorativa dei beneficiari; la diffidenza delle agenzie immobiliari e dei proprietari degli immobili; i
canoni di locazione troppo elevati; le caparre per la locazione troppo elevate; la difficoltà di accesso ai
contributi per l’affitto; la mancanza di reti sociali a cui appoggiarsi (Ibid.).
La specifica condizione abitativa di richiedenti asilo e titolari di protezione umanitaria e internazionale si
innesta in un contesto già di per sé particolarmente complicato per tutti gli immigrati, la cui condizione
abitativa è generalmente molto più precaria di quella degli italiani. Più del 70% degli immigrati residenti in
Italia vive in affitto contro il 18% degli italiani, il 40% vive in una situazione di affitto condiviso, il 20% è
interessato da una vera e propria esclusione abitativa, vivendo in strada, in strutture di accoglienza
temporanea, in insediamenti informali o illegali, o in situazioni di ospitalità gratuita (Tosi, 2018). I due
fattori spesso decisivi nel determinare la qualità della sistemazione abitativa degli immigrati sono
l’anzianità migratoria e la presenza o meno di una rete familiare (Ibid.), due fattori che solitamente non
giocano a favore dei richiedenti asilo o di coloro che hanno da poco ottenuto uno status di protezione, che
sono arrivati da poco in Italia e spesso da soli. Questo quadro così precario non è necessariamente dovuto
ad una generica minore disponibilità di risorse economiche, ma anche ad alcune caratteristiche strutturali
del contesto abitativo italiano.

Caratteristiche del sistema abitativo italiano
La concezione di autonomia abitativa che emerge dal Piano Nazionale d’integrazione dei titolari di
protezione internazionale (Ministero dell’Interno, 2017) mette l’accento sulla disponibilità di risorse
economiche sufficienti per potersi garantire e mantenere l’accesso alla casa. È tuttavia necessario
considerare anche il quadro più ampio del sistema abitativo italiano all’interno del quale richiedenti asilo e
titolari di protezione internazionale, così come tutto il resto della popolazione, sono chiamati a muoversi.
Se è abbastanza intuitivo che l’accesso a una serie di dispositivi di inclusione, come la casa, può essere più
complicato per persone da poco presenti in un territorio ovunque, il sistema abitativo italiano presenta
delle caratteristiche che lo rendono particolarmente complicato. Come evidenziato da Baldini e Poggio
(2014) e Coppola (2012), esso è infatti caratterizzato da: un alto tasso di abitazioni in proprietà; una
bassissima quota di edilizia pubblica; un basso livello di protezione sociale nel mercato in affitto; un
importante ruolo della famiglia nella produzione e riproduzione sociale dell’accesso alla casa. A queste
caratteristiche si aggiunga la presenza di discriminazioni nei mercati abitativi. Analizziamo rapidamente
queste caratteristiche.

La struttura del mercato abitativo italiano
Figura 1. Struttura del mercato abitativo italiano

 

Figura 1. Struttura del mercato abitativo italiano
Fonti: Bernardi e Poggio, 2004 (dati 1951 – 2001); Pittini et al. 2015 (dati 2011).

Come evidente dalla figura 1, il mercato abitativo italiano è caratterizzato da un’elevata e crescente quota
di abitazioni in proprietà, la più alta dell’Europa occidentale dopo Spagna e Portogallo. Lo stock abitativo in
affitto, che fino agli anni sessanta era maggiore di quello in proprietà, mantiene una quota di mercato del
35-40% fino agli anni ottanta, quando si avvia un declino che lo porterà a contare per circa il 20% dello
stock. Contestualmente la casa in proprietà diviene la modalità più diffusa di occupare un alloggio in Italia,
con una crescita che la porta in 60 anni dal 40 al 70% dello stock abitativo. La parte restante dello stock
abitativo è occupato con altre forme quali il comodato gratuito e l’usufrutto.
Questo quadro è il risultato di politiche abitative che storicamente in Italia a partire dal dopoguerra, e con
intensità maggiore dagli anni ottanta, hanno favorito l’accesso alla casa di proprietà rispetto alla locazione.

La bassa quota di edilizia pubblica
All’interno di questo quadro generale del sistema abitativo italiano l’edilizia pubblica trova poco spazio, e
rappresenta il 5,5% del mercato abitativo. La figura 2 dà conto dell’andamento di questa quota nel tempo,
che negli ultimi 30 anni è rimasta stabilmente tra il 5 e il 6%.

Figura 2. Quota di mercato dell’edilizia pubblica sul totale dello stock abitativo in Italia.


Fonti: Federcasa, 2006, 2014.

In termini assoluti lo stock abitativo pubblico è stimato in circa 800 mila unità, dà alloggio a circa due
milioni di persone con 650 mila domande in attesa di assegnazione dell’alloggio nelle graduatorie comunali
(Federcasa, 2014). Di queste due milioni di persone, sono 142 mila gli inquilini stranieri non comunitari, il
7% del totale (ibid.), dato in linea con la percentuale di immigrati residenti in Italia, ma che dovrebbe essere
potenzialmente più alto dato che le persone straniere sono mediamente più povere degli italiani 2. A questo
quadro di scarsa disponibilità di alloggi vanno quindi aggiunte altre due considerazioni. In primo luogo il
turnover negli alloggi pubblici è molto basso, con molti inquilini che finiscono per rimanere a vita negli
alloggi anche se cambiano le condizioni di reddito, trasformando il settore pubblico in una “riserva
protetta” da cui alcune categorie sono escluse: giovani, nuove famiglie e, appunto, immigrati (Tosi, 1990).
In secondo luogo i criteri di allocazione degli alloggi svantaggiano le persone immigrate, anche quando
hanno un reddito molto basso, richiedendo una residenza solitamente di 5 anni, criterio che esclude gran
parte dei richiedenti asilo e titolari di protezione umanitaria e internazionale che risiedono in Italia da meno
tempo. La tendenza è quella verso l’inasprimento di questi criteri: in molti comuni del Veneto il criterio di
residenza è stato innalzato a dieci anni, mentre in Lombardia viene richiesto di dimostrare di non essere
proprietari di casa nel paese di origine; quest’ultimo è un criterio di assoluta esclusione per i titolari di
protezione internazionale, che non possono fare richieste formali alle autorità del proprio paese 3.

La scarsa regolazione del mercato dell’affitto privato
Oltre che per una quota di mercato destinata all’affitto particolarmente bassa, l’Italia si caratterizza anche
per l’assenza di un sistema di regolazione degli affitti presente invece in molti paesi europei. Il cosiddetto
equo canone, che garantiva una forte regolazione degli affitti, è stato abolito negli anni novanta
promuovendo una quasi completa liberalizzazione del mercato immobiliare privato. Rimane una piccola
quota di contratti d’affitto a canone concordato che copre circa il 20% del mercato degli affitti privati, in cui
il canone d’affitto non può superare alcuni limiti stabiliti per legge in base al tipo di alloggio, alle sue
caratteristiche e alla sua posizione (Bianchi, 2014). Anche gli interventi di sostegno alla domanda – i
contributi per l’affitto – sono stati una forma di politica abitativa sempre molto poco utilizzata in Italia, con
una diversificazione territoriale ancora più elevata delle altre politiche.
A questo si aggiungano altri due ostacoli all’accesso agli alloggi in locazione per chi si trova in una
condizione di vulnerabilità sociale ed economica anche non estrema: il deposito iniziale richiesto e
trattenuto dal locatore per tutta la durata dell’affitto – corrispondente a tre mensilità – e le garanzie
ulteriori che possono essere richieste dal proprietario e che escludono dall’accesso chi non le possiede: una
busta paga regolare, la dichiarazione dei redditi, referenze da precedenti proprietari, ulteriori depositi
cauzionali di mensilità (fino a 12), o anche fideiussioni bancarie. Si tratta di barriere all’accesso per molte
persone che si trovano in una situazione di precarietà lavorativa o che non possono contare su reti sociali
sviluppate che possano fornire garanzie, come è il caso di molti immigrati, o più in generale giovani italiani
che non abbiano una famiglia con una situazione economica solida alle spalle.

Il ruolo della famiglia nella riproduzione dell’accesso alla casa
Le politiche abitative italiane sono storicamente caratterizzate da una preferenza verso la casa di proprietà,
pilastro del sistema di welfare familistico italiano, e sono basate sulla trasmissione intergenerazionale della
casa. Circa il 20% delle famiglie italiane vive in case di proprietà ereditate o ricevute in regalo da familiari, a
cui si aggiunge un 8% che vive in alloggi concessi in affitto gratuito da familiari (Baldini e Poggio, 2014).
Anche per accedere alla locazione di alloggi sul mercato privato le famiglie giocano spesso un ruolo
importante nel fornire ai figli le garanzie necessarie per sottoscrivere un contratto di affitto. Gli stranieri, e
a maggior ragione i richiedenti asilo e titolari di protezione umanitaria e internazionale, sono esclusi da
questo canale di accesso alla casa, non avendo nella gran parte dei casi una famiglia in Italia oppure, anche
avendola, non potendo ereditare da essa l’accesso all’abitazione.

Discriminazione verso gli stranieri nell’accesso alla casa
Il sistema abitativo italiano pone dunque barriere strutturali all’accesso alla casa per molti immigrati (e non
solo). Occorre poi considerare anche l’esistenza di forme di discriminazione diretta nei confronti degli
stranieri, che complicano ulteriormente i percorsi verso l’autonomia abitativa. Molto diffuse sono le
situazioni di rifiuto di affittare a stranieri oppure di ulteriori condizioni poste agli stranieri, che si
manifestano a diversi livelli della ricerca di abitazione. In una ricerca condotta da Membretti e Quassoli
(2015) sui mercati abitativi di Milano e Pavia, le agenzie immobiliari contattate hanno risposto
affermativamente rispetto alla disponibilità di un appartamento in locazione nel 52% dei casi quando il
contatto è stato svolto da un rilevatore italiano e nel 41% dei casi quando il rilevatore era straniero.
Rispetto alle garanzie richieste, oltre alla busta paga del richiedente che veniva chiesta a tutti, nel caso degli
stranieri veniva chiesta anche la busta paga del partner e un contratto di lavoro a tempo indeterminato sia
del richiedente che del partner. La richiesta che la busta paga fosse collegata a un contratto di lavoro a
tempo indeterminato è stata in molti casi posta come requisito fondamentale ai rilevatori stranieri, mentre
non veniva posta ai rilevatori italiani. Risultano inoltre diffuse situazioni di applicazione di “canoni speciali”
maggiori del 10-20% rispetto agli affitti base per candidati stranieri (Tosi, 2018).
In conclusione, il sistema abitativo italiano non è sufficientemente in grado di sostenere l’autonomia delle
persone, che rimane così ancora legata al legame con la famiglia o alla possibilità di accedere al mercato
con i propri mezzi, esponendo ad una situazione di fragilità coloro che “partono da zero” (Bricocoli e
Sabatinelli, 2015), come giovani e immigrati, tra cui a maggior ragione richiedenti asilo e titolari di
protezione umanitaria e internazionale. In questo contesto gli immigrati si rivolgono molto più degli italiani
a soluzioni abitative non regolate, che vanno dall’affitto in nero all’ospitalità gratuita, dalle strutture di
accoglienza agli insediamenti informali, dalle occupazioni illegali alla vita di strada vera e propria (Tosi,
2018). Secondo l’ultima indagine sulla povertà estrema in Italia (Istat, 2014), sono circa 30 mila le persone
senza dimora straniere, il 58,2% del totale, una percentuale decisamente sproporzionata rispetto alla
presenza straniera nel paese.

Strategie e politiche abitative in Italia
Per far fronte al contesto sopra delineato le politiche abitative, e le politiche di welfare in generale,
possono intervenire su due fronti: facilitare l’accesso alla casa per coloro che non riescono ad accedere al
mercato con i propri mezzi oppure sostenere l’autonomia economica delle persone, con misure di sostegno
al reddito oppure con interventi che migliorino la propria posizione nel mercato del lavoro. In questo senso
gli interventi di promozione dell’autonomia abitativa si collocano all’intersezione tra politiche abitative,
politiche sociali e politiche attive del lavoro (Stephens et al., 2010). Simili policy che dovrebbero migliorare
il grado di accessibilità al mercato dell’abitazione per coloro che ne sono esclusi o ne sono ai margini
risultano nel caso italiano assenti o poco efficaci, anche se va detto che la tipica frammentazione delle
politiche sociali, e abitative, italiane rende la situazione molto differenziata per territorio. Ciò premesso si
propone qui una breve rassegna delle misure che le politiche abitative possono mettere in atto per
promuovere l’inclusione abitativa e sostenere l’autonomia abitativa delle persone, con un riferimento
specifico alla condizione delle persone immigrate.

Sostegni finanziari e fiscali per l’accesso alla casa in proprietà
Si tratta di un insieme di misure che ha come obiettivo la promozione dell’accesso al mercato immobiliare
tramite acquisto della casa piuttosto che tramite altre forme di utilizzo. Gli studiosi della scuola della
convergenza (Harloe, 1995; 1985) rivelano, appunto, una convergenza di molti paesi verso questo tipo di
preferenza politica, funzionale al capitalismo post-fordista tanto quanto la fornitura di edilizia sociale di
massa per gli operai era funzionale alle esigenze del capitalismo fordista. Ciò premesso, è vero anche che
alcuni paesi con un sistema abitativo duale (Kemeny and Lowe, 1998) hanno accentuato in modo sfacciato
questa preferenza politica, e tra essi l’Italia riveste certamente un ruolo primario. Dentro una strategia
ideologica che vedeva nella promozione della proprietà immobiliare uno strumento di integrazione delle
classi medie e popolari nella società capitalistica, sottraendole così all’ideologia comunista, la Democrazia
Cristiana ha introdotto fin dagli anni cinquanta importanti agevolazioni fiscali per chi accedeva a un mutuo
per l’acquisto della prima casa (Coppola, 2012). Da allora tali misure hanno segnato le politiche abitative
italiane portando, insieme alla crescita generale della ricchezza, alla situazione di mercato descritta nel
capitolo precedente, dove 7 alloggi su 10 sono utilizzati in regime di proprietà.

Edilizia sociale
La nozione di edilizia sociale, o social housing secondo il linguaggio internazionale, è mutata nel corso del
tempo in senso estensivo 4, e comprende sia l’edilizia pubblica convenzionale (le “case popolari” italiane) sia
nuove forme del cosiddetto “housing sociale”, che si rivolge prevalentemente ai segmenti medi della
domanda abitativa, escludendo spesso le situazioni più difficili. Come detto, l’edilizia pubblica
convenzionale è storicamente è cronicamente insufficiente a coprire il fabbisogno abitativo in Italia e
presenta crescenti barriere all’accesso per gli immigrati, in particolare se presenti da poco in Italia come
richiedenti asilo e titolari di protezione umanitaria e internazionale. Le nuove iniziative di housing sociale si
distinguono per essere realizzate da un variegato mix di attori, pubblici e privati (profit e non profit), e
comprendono interventi che Chiodi (2013) raggruppa in tre categorie: modelli comunitari (esperienze di
cohousing e community housing, condomini solidali, eco villaggi), fenomeni di resilienza (esperienze di
auto-costruzione, occupazioni illegali), edilizia sostenibile (residenze a basso impatto ambientale e
energetico). Si tratta di interventi solitamente rivolti non ai più poveri ma a persone e famiglie con un
reddito medio o medio-basso che, secondo una formula diffusa, “non hanno redditi così bassi da accedere
all’edilizia popolare ma neanche così alti per ricorrere al mercato” (Tosi, 2018). Le esigenze a cui
rispondono i progetti di housing sociale non sono solo economiche, ma anche ambientali e sociali in un
senso più ampio, ossia di promuovere relazioni sociali significative e, in alcuni casi, comunitarie. Tale
“nuova” dimensione sociale si può esprimere in diverse forme, quali: presenza di spazi comuni destinati alla
socializzazione; presenza di servizi comuni (socio-assistenziali, di accompagnamento, doposcuola,
babysitting ecc.); azioni di coinvolgimento attivo dei residenti nella progettazione e gestione degli alloggi;
apertura dei servizi e delle strutture al vicinato (Lodi Rizzini, 2013). Lo stadio di sviluppo di questi progetti di
housing sociale in Italia è ancora molto limitato, sia per la carenza di fondi strutturali sia per la debolezza
che il terzo settore mostra ad operare in questo settore tradizionalmente gestito direttamente dal settore
pubblico.

Regolazione degli affitti
In alcuni paesi del centro-nord Europa il mercato dell’affitto privato è soggetto a forme di regolazione e
concertazione tra enti pubblici e rappresentanti di proprietari e inquilini per definire soglie massime di
affitto e regolare il mercato in modo che il bene primario della casa non diventi inaccessibile per parti
significative della popolazione (FEANTSA, 2008). Meccanismi simili non garantiscono dal verificarsi di
processi di esclusione di componenti della popolazione – ad esempio giovani, immigrati e in generale la
componente più povera della popolazione – anche in questi paesi e soprattutto nelle grandi città, tuttavia
concorrono a mantenere maggiormente sotto controllo l’accesso al mercato privato. A partire dal 1998,
anno in cui viene abolita l’esperienza dell’equo canone – pur da molti ritenuta fallimentare (Tosi, 1990;
Allen et al., 2004) – una simile forma di regolazione è assente in Italia, dove l’80% del mercato immobiliare
in affitto è completamente liberalizzato. Il restante 20% applica il cosiddetto canone concordato, un
meccanismo per cui il proprietario si impegna a non superare una determinata soglia di affitto in cambio di
alcuni vantaggi fiscali; si tratta tuttavia di una forma poco diffusa e che ha un impatto moderato sull’entità
finale del canone d’affitto (Bianchi, 2014).

Contributi per l’affitto
Per favorire l’accessibilità del mercato in affitto si può in alternativa intervenire con misure di sostegno alla
domanda, erogando contributi finalizzati a coprire parte delle spese per l’affitto a persone e famiglie che
posseggono determinati requisiti (quali reddito, residenza, numerosità del nucleo familiare). Anche questa
modalità di intervento è stata storicamente molto poco utilizzata in Italia, e attualmente non esiste un
fondo nazionale per l’erogazione di contributi per l’affitto. Il Fondo sociale per l’affitto, istituito nel 1998, è
stato azzerato nel 2012 5, lasciando quindi alla sola iniziativa di regioni e comuni il mantenimento o meno
dei sussidi a sostegno dell’affitto. Il risultato è che in molti comuni questa misura è inesistente mentre altri
continuano ad adottarla con disponibilità finanziarie anche molto differenti tra loro.

Servizi a bassa intensità
Si tratta di un insieme di servizi che non comportano l’erogazione diretta di soluzioni abitative o contributi,
quali: intermediazione immobiliare, accompagnamento abitativo, prevenzione sfratti. L’integrazione tra
servizi di sostegno agli inquilini e incentivi e sostegno ai proprietari è fondamentale se si vuole utilizzare il
settore privato dell’affitto per scopi sociali, permettendo così di superare alcuni degli ostacoli all’accesso
alla locazione presentati in precedenza. Questi servizi infatti supportano le persone nell’accesso all’affitto
individuando abitazioni a canone calmierato, oppure rateizzando il pagamento dei depositi cauzionali o
fornendo le garanzie richieste per poter firmare il contratto. Queste misure sono però molto poco diffuse in
Italia, salvo qualche esperienza locale, mentre hanno avuto maggiore fortuna in altri paesi europei, come
Belgio e Irlanda, o in città come Vienna. Il sistema belga in particolare è quello più strutturato; le agenzie
per l’affitto sociale sono organizzazioni non profit che prendono in affitto abitazioni sul mercato privato per
subaffittarle a persone in stato di povertà socio-abitativa, tra cui anche molti homeless. È un’iniziativa
radicata in una storia dal basso emersa negli anni settanta proprio per dare alloggio agli immigrati che si è
poi istituzionalizzata, portando le Agenzie ad essere formalmente riconosciute nei sistemi dei servizi
regionali e a ricevere fondi pubblici per il loro funzionamento (De Decker, 2009). Il caso italiano più
sviluppato è quello di Bologna, che viene presentato al paragrafo successivo.

Very social housing
Tradotto in italiano con “politiche abitative molto sociali”, il settore del very social housing raggruppa una
serie di interventi destinati a persone con redditi molto bassi o difficoltà di integrazione, unendo un’offerta
abitativa a costo basso o nullo con misure di accompagnamento sociale (Tosi, 2018). Rientrano in questa
categoria le misure di emergenza e accoglienza temporanea (dormitori, ostelli per poveri, residenze sociali
temporanee) e le misure ad hoc, pensate espressamente per target di destinatari specifici (ad esempio
persone senza dimora, immigrati, rom, donne vittime di violenza) in un’ottica di discriminazione positiva,
per superare cioè gli ostacoli che questi gruppi incontrano nell’accesso alle misure ordinarie di inclusione
abitativa. In questo senso, molte delle misure di inclusione abitativa a cui attualmente possono accedere le
persone immigrate rientrano in questa categoria, così come le esperienze di promozione dell’autonomia
abitativa presentate nel paragrafo successivo.

Esperienze di autonomia abitativa per richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale in
Italia
Il Piano Nazionale di integrazione dei titolari di protezione internazionale, oltre a richiamare all’utilizzo delle
risorse e degli strumenti del sistema di welfare, come l’edilizia sociale e i fondi per il sostegno all’affitto,
sollecita “l’avvio di percorsi volti a favorire iniziative di coabitazione come pure la sperimentazione di
pratiche di buon vicinato” (Ministero dell’Interno, 2017) come strumento per la promozione dell’autonomia
abitativa. Al fine di individuare e presentare alcune tra queste esperienze, è stata svolta una mappatura
delle stesse tramite ricerca documentale svolta con consultazione di pubblicazioni accademiche, report,
articoli online e siti web di progetti e iniziative. Le esperienze di promozione dell’autonomia abitativa
progettate ad hoc per richiedenti asilo e titolari di protezione umanitaria e internazionale in Italia sono
classificabili in due categorie: l’accoglienza in famiglia e il cohousing. Ai fini di questo lavoro sono state poi
approfondite 8 esperienze – 4 nella categoria Accoglienza in famiglia e 4 nella categoria cohousing – a cui
sono poi state aggiunte altre tre esperienze non direttamente rivolte a richiedenti asilo e titolari di
protezione che possono però fornire spunti interessanti per ulteriori analisi o per progettare interventi. Si
tratta di due iniziative di housing sociale rivolte a persone vulnerabili, tra cui immigrati, e di un servizio di
intermediazione immobiliare rivolto a persone con reddito medio-basso. Le 11 esperienze selezionate sono
presentate nelle loro caratteristiche principali nella tabella 1 e successivamente descritte nel dettaglio.
Tabella 1. Esperienze di autonomia abitativa selezionate e loro caratteristiche.

Tipo

Progetto

Ente finanziatore

Ente gestore

Territorio

Durata

Beneficiari

Accoglienza in famiglia

Protetto. Rifugiato a casa mia

Caritas italiana

Caritas italiana

Italia

Dal 2013

531 titolari

Rifugiati in famiglia

SPRAR Comune Parma

CIAC

Parma

Dal 2015

20 richiedenti asilo e titolari

Vesta

SPRAR Comune Bologna

Coop. Camelot

Bologna e Ferrara

Dal 2016

31 titolari neomaggiorenni

Refugees Welcome

Privati

Ass. Refugees Welcome Italia

Italia

Dal 2015

120 titolari

Cohousing

Amici per casa

Provincia Autonoma Trento e Comune Trento

Atas onlus e Centro Astalli TN

Trento

Dal 2012

Richiedenti asilo e titolari

Homefull

Regione Lazio

Coop. Programma Integra

Roma

Anno 2015

2 giovani migranti

Vivere insieme

Privati

Ass. Quindi

Busto Arsizio (VA)

Dal 2017

3 migranti

Tandem

SPRAR Comune Parma

CIAC

Parma

Dal 2016

4 titolari con indipendenza economica

Housing sociale

 

ViaPadova 36

Fondazione Cariplo e Regione Lombardia

Fondazione Housing Sociale

Milano

Dal 2011

15 famiglie immigrate/vulnerabili

Le mani per vivere insieme

Provincia di Ancona e Ministero Lavoro e Politiche Sociali

Consorzio Solidarietà e Consorzio ABN

Senigallia (AN)

2007 – 2012

20 famiglie italiane e immigrate

Intermediazione immobiliare

AMA Bologna

Regione Emilia Romagna – Città Metropolitana di Bologna

Associazione ad hoc

Bologna

Dal 2008

Persone e famiglie con reddito intermedio

Accoglienza in famiglia

Protetto. Rifugiato a casa mia
“Protetto. Rifugiato in casa mia” è un progetto di accoglienza in famiglia promosso da Caritas italiana. Il
progetto è attivo su tutto il territorio nazionale e si rivolge a rifugiati, titolari di protezione sussidiaria o
umanitaria che intendono proseguire il loro percorso di vita in Italia. I beneficiari vengono accolti in casa da
famiglie che si impegnano a fornire vitto e alloggio, ma anche ad accompagnare le persone accolte in un
percorso di inserimento sociale nel contesto locale e di progressiva autonomia. La durata dell’accoglienza in
casa è di 6-9 mesi. La Caritas diocesana del territorio dove avviene l’accoglienza mette a disposizione propri
operatori per affiancare la famiglia e accompagnare i beneficiari all’autonomia una volta concluso il periodo
di accoglienza in famiglia. Il progetto è stato avviato con esperimenti pilota in 7 diocesi nel 2013 ed è stato
poi esteso a livello nazionale dal 2015. Secondo i dati presenti sul sito di Caritas 6, i beneficiari del progetto
in tutta Italia sono 531. Secondo quanto riportato da Campomori e Feraco (2018), nella seconda fase del
progetto a partire dal 2015 è stata introdotta una nuova tipologia di accoglienza, oltre all’accoglienza in
casa: i beneficiari sono ospitati anche in alloggi messi a disposizione dalle parrocchie ma hanno comunque
una famiglia tutor che si occupa del loro percorso di integrazione e autonomia. Per quanto riguarda i
contributi, nei progetti pilota del 2013 ammontavano a 300 euro mensili ed erano distribuiti direttamente
alle famiglie ospitanti. Nell’edizione nazionale del 2015 questo contributo diretto è stato tolto; i costi sono
a carico delle parrocchie o delle famiglie stesse, che ricevono un contributo ridotto a 100 euro mensili da
dedicare all’acquisto di beni o servizi collegati all’integrazione dei beneficiari, quali corsi di formazione e
attività culturali.

Progetto Rifugiati in famiglia – Parma
“Rifugiati in famiglia”7 è un progetto avviato nel 2015 dal CIAC – Centro Immigrazione Asilo e Cooperazione
di Parma nell’ambito dello SPRAR del Comune di Parma. Il progetto è pensato in continuità con i progetti
SPRAR gestiti dal CIAC nel territorio della provincia di Parma, ed è quindi rivolto ai circa 200 richiedenti asilo
e titolari di protezione internazionale e protezione umanitaria inseriti negli stessi progetti. Circa 20 soggetti
hanno beneficiato ad ora del progetto. La caratteristica del progetto è che l’ospitante non deve
necessariamente essere una famiglia. Possono infatti proporsi per l’accoglienza di un rifugiato o titolare di
protezione internazionale o umanitaria anche “comunità e gruppi di conviventi”, purché residenti in
provincia di Parma. Le famiglie o gruppi si possono candidare contattando il CIAC, e si avvia a quel punto un
percorso fatto di diversi colloqui per selezionare le famiglie effettivamente motivate, che vengono poi
accompagnate alla scelta condivisa della persona da ospitare. Alle famiglie, comunità o gruppi accoglienti, è
richiesta non solo un’ospitalità materiale di vitto e alloggio, ma anche l’attitudine a porsi come rete di
supporto e relazioni, per un periodo di 6 mesi. In cambio le famiglie ricevono un contributo di 300 euro
mensili e un supporto psicologico e operativo da parte degli operatori del CIAC; sono previsti anche
momenti di confronto tra pari tra le famiglie ospitanti. Il rimborso di 300 euro viene erogato a fronte della
presentazione di giustificativi di spesa; va segnalato che i beneficiari continuano a ricevere il pocket money
a cui hanno diritto se sono a carico del sistema di accoglienza. Le testimonianze delle famiglie e dei
beneficiari raccolte sul sito del progetto mettono in evidenza come l’esperienza consenta ai beneficiari di
trovare un contesto dove stare in relazione con italiani e praticare quotidianamente l’italiano e agli
ospitanti di entrare in contatto con storie arricchenti e nuove esperienze. Le relazioni si mantengono anche
quando i beneficiari escono dalla famiglia, garantendo loro una rete relazionale sul territorio.

Progetto Vesta – Bologna e Ferrara
“Vesta” – il nome richiama la dea romana del focolare domestico – è un progetto di accoglienza in famiglia
avviato nel 2016 dalla cooperativa Camelot nell’ambito dello SPRAR del Comune di Bologna. La specificità
del progetto è di essere rivolto a titolari di protezione internazionale neomaggiorenni, in uscita da progetti
nelle strutture per minori stranieri non accompagnati. Altra caratteristica del progetto è la volontà
esplicitata di creare e mantenere una comunità di persone attorno al progetto, promuovendo incontri,
attività ricreative, culturali e sportive per favorire la crescita di relazioni sociali tra famiglie ospitanti e
beneficiari.
Le famiglie che intendono ospitare un destinatario del progetto – coniugi con o senza figli, coppie di fatto,
ma anche single residenti nelle province di Bologna e Ferrara – devono presentare la propria candidatura
sul sito internet del progetto. La candidatura passa attraverso una prima valutazione da parte degli
operatori del progetto – psicologi, esperti legali, assistenti sociali, operatori – rispetto all’idoneità della
candidatura. Con i candidati idonei viene svolto un colloquio. Le famiglie valutate positivamente in seguito
al colloquio partecipano a un corso di formazione organizzato ciclicamente dalla cooperativa sia a Bologna
sia a Ferrara. Il corso è tenuto dagli operatori della cooperativa e dai tecnici del servizi del Comune di
Bologna e di Ferrara e delle Aziende Sanitarie, e tratta contenuti come: il funzionamento della rete SPRAR e
del sistema di accoglienza in Italia, nozioni di natura tecnico-legale sulla condizione delle persone
richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale, nozioni sui paesi di origine dei rifugiati e sul loro
percorso migratorio, gli aspetti educativi della relazione di accoglienza, il funzionamento della rete dei
servizi sociali e socio-sanitari del territorio, e consente di approfondire e discutere motivazioni, aspettative
e paure delle famiglie candidate. Una volta terminato il corso di formazione, lo staff del progetto con le
singole famiglie valutano se proseguire il percorso e, se la valutazione è positiva, si passa alla fase di
matching tra famiglia e beneficiari, e ha infine inizio la fase di accoglienza in famiglia. Il percorso si avvia con
la sottoscrizione da parte di famiglia e ospite di un Patto di Accoglienza; la famiglia deve garantire al
beneficiario (o ai beneficiari, possono anche essere ospitati due rifugiati, se gli spazi sono adeguati) una
stanza privata e il vitto per un periodo di tempo concordato nel patto che va dai sei ai nove mesi. Tale
periodo non può essere prolungato, la stessa famiglia può però fare domanda per un’ulteriore accoglienza.
Alla famiglia è richiesto anche di coinvolgere l’ospite nella vita familiare e nella vita sociale extrafamiliare,
per favorire la sua integrazione nel contesto sociale più ampio. Qualora vengano selezionate, le famiglie
ricevono 350 euro al mese per la copertura delle spese.
Secondo quanto riportato dal sito del progetto 8, sono 170 le candidature arrivate tramite il sito per la
provincia di Bologna. 55 sono le famiglie che hanno partecipato ai percorsi formativi, delle più diverse
tipologie familiari: nuclei familiari allargati, nonni, famiglie con figli minori, famiglie con figli fuori casa,
coppie senza figli, single. L’età delle persone ospitanti va dai 30 ai 70 anni, e tra loro vi sono pensionati,
dipendenti pubblici, ricercatori, casalinghe, liberi professionisti, impiegati. Nella provincia di Bologna sono
30 i progetti di accoglienza avviati fino ad agosto 2018, di cui 25 conclusi e 5 in corso. Il sito del progetto
riporta anche i risultati dei progetti di accoglienza conclusi. In 9 casi i rifugiati accolti hanno raggiunto
un’autonomia sia abitativa sia lavorativa, trovando un alloggio e un lavoro, in un caso presso la stessa
cooperativa, che ha assunto un beneficiario come mediatore interculturale. In altri 10 casi viene riportata
una situazione di autonomia abitativa, tramite soluzioni nella maggior parte dei casi di affitto condiviso. In
molti casi la relazione con la famiglia ospitante si mantiene nel tempo, tramite inviti a pranzo o a cena,
contatti telefonici, visite, gite. In alcuni casi i giovani accolti frequentano le compagnie di amici dei figli delle
famiglie ospitanti e/o hanno avviato durante il periodo di accoglienza diverse attività formative, sociali,
culturali, sportive quali: scuola guida, teatro, musica, danza, sport. Si tratta di giovani neomaggiorenni
provenienti da Afghanistan, Benin, Burkina Faso, Gambia, Ghana, Mali, Guinea Conakry, Nigeria, Pakistan,
Senegal.
Nella provincia di Ferrara il progetto è stato attivato dalla seconda metà del 2017. Nella prima fase sono
giunte 15 candidature, e 5 famiglie hanno svolto il primo corso di formazione nella primavera 2018. A
giugno è stata avviata la prima accoglienza, le altre sono in fase di avviamento.

Refugees Welcome Italia
Refugees Welcome Italia è un’associazione aderente al network internazionale Refugees Welcome
International fondato a Berlino nel 2014 e attivo in 12 paesi. L’associazione consente grazie a una
piattaforma web di mettere a disposizione la propria casa per accogliere un rifugiato nella propria famiglia.
Le famiglie che si candidano via web vengono successivamente contattate da un volontario del gruppo
territoriale più vicino, che svolge un colloquio di approfondimento con la famiglia stessa. Seguono una serie
di incontri formativi e informativi in cui le famiglie vengono preparate all’accoglienza. Le famiglie che in
seguito a questa fase iniziale rimangono disponibili all’accoglienza vengono inserite in un database in attesa
di incrociare un profilo di rifugiato adatto al profilo della famiglia (Bassoli et al., 2016). I rifugiati e titolari di
protezione internazionale attraversano un percorso simile di formazione e informazione, fatto salvo la
modalità di accesso che avviene su segnalazione dell’ente preposto all’accoglienza in progetti SPRAR o CAS,
laddove sono state attivate da parte dei gruppi territoriali protocolli di rete funzionanti con gli enti gestore
stessi. Una volta ipotizzato un abbinamento adeguato da parte dell’associazione viene organizzato un
incontro tra le parti e, qualora l’incontro dia esito positivo, la convivenza viene attivata (Ibid.). Nei suoi tre
anni di attività l’associazione ha attivato 120 convivenze riguardanti in gran parte titolari di protezione
internazionale in uscita dai progetti SPRAR 9. Il sostegno economico delle convivenze può avvenire in tre
modi in base agli accordi presi tra ogni famiglia e l’associazione: la famiglia può ospitare in maniera del
tutto gratuita, oppure può chiedere un contributo economico al rifugiato oppure può attivare insieme
all’associazione micro campagne di crowdfunding (Ibid.). Ciascuna convivenza viene seguita da vicino da un
tutor dell’associazione che ha il compito di facilitare la relazione tra le parti e intervenire nella risoluzione di
situazioni conflittuali. L’associazione punta molto anche sull’attivazione di risorse comunitarie, sostenendo
la costituzione di network di comunità tra le famiglie di uno stesso territorio per condividere esperienze,
criticità, soluzioni. Il tutor ha anche il compito di svolgere una valutazione del percorso di convivenza in
termini di impatto sociale per i singoli e per il territorio. A questa viene affianca una valutazione realizzata
dal livello nazionale dell’associazione che si basata su un questionario somministrato all’ospite e
un’intervista semi-strutturata sia all’ospite sia alla famiglia. Tale valutazione ha l’obiettivo di verificare
l’efficacia delle esperienze per l’inclusione sociale secondo alcuni indicatori: il miglioramento delle
competenze linguistiche, il miglioramento del benessere psico-fisico, la sostenibilità del modello di
accoglienza, la coesione sociale come percepita dalla popolazione residente, lo sviluppo di relazioni sociali e
amicali nuove (Ibid.).
A livello organizzativo l’associazione funziona con un coordinamento nazionale e l’attivazione di gruppi
territoriali attualmente presenti in 11 regioni e 18 città italiane. I gruppi territoriali sono composti da
volontari ma sono invitati a creare reti territoriali con gli enti pubblici preposti a gestire l’accoglienza e gli
enti del terzo settore che già operano nel campo. Nel mese di settembre 2018 è stato costituito un gruppo
territoriale nella città di Pesaro 10.

Cohousing

Progetto Amici per Casa – Trento
Amici per casa è un progetto di coabitazione tra richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale e
persone con disagio psichico. Il progetto è attivo dal 2012, è stato elaborato da Cinformi (un’unità operativa
della Provincia Autonoma di Trento che ha in carico diverse attività nell’ambito dell’immigrazione), Centro
di Salute Mentale di Trento e area inclusione del Comune di Trento, è finanziato dalla Provincia Autonoma
di Trento e dal Comune di Trento – che mette a disposizione gli appartamenti – e gestito da due
organizzazioni del terzo settore trentino che si occupano di servizi a stranieri: l’Associazione Atas Onlus e il
Centro Astalli Trento. Le persone con disagio psichico coinvolte vengono individuate dal Centro di Salute
Mentale e dai servizi sociali del Comune di Trento tra coloro che, pur necessitando di piccole forme di
sostegno per essere completamente autonomi, hanno comunque acquisito competenze relative all’abitare.
I richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale vengono selezionati tra coloro che mostrano la
consapevolezza che il loro passato spesso denso di sofferenze può essere messo in gioco per aiutare in
qualche modo altre persone con sofferenze psichiatriche o sociali. Il primo aggancio con richiedenti asilo o
titolari di protezione internazionale potenzialmente interessati a questa esperienza avviene spesso durante
i colloqui che gli operatori del progetto SPRAR svolgono per individuare insieme alle persone le competenze
acquisite o da sviluppare ai fini dell’inserimento lavorativo. In questo momento, qualora emerga un
interesse e un’attitudine verso l’ambito psico-socio-assistenziale il soggetto viene segnalato per la
partecipazione al progetto Amici per Casa. Se il soggetto acconsente, si avvia una prima fase di valutazione
e formazione in cui si verifica che sia effettivamente adatto al progetto. Lo staff del progetto effettua un
colloquio di valutazione e include il soggetto nel corso di formazione, che prevede 30 ore di aula e 30 ore di
tirocinio. Se al termine della formazione, e di un ulteriore colloquio di valutazione, la persona conferma
l’interesse e l’équipe conferma la sua adeguatezza, si avvia la ricerca di una persona con disagio psichico
con cui avviare la convivenza. Il progetto è concepito non solo come risposta al bisogno abitativo ma anche
formativo/professionale e di inserimento sociale ed economico, visto che richiedenti e titolari ricevono un
contributo la cui entità varia da situazione a situazione, ma può arrivare fino a 723 euro al mese.
In totale, sono stati attivati circa 120 patti di convivenza, di cui 70 conclusi e 50 in corso 11. Da parte del
Centro di Salute Mentale è stato rilevato come in diversi casi l’esperienza abbia migliorato le condizioni di
salute delle persone con problemi psichiatrici, che hanno ridotto i ricoveri, hanno ritrovato relazioni, hanno
in qualche caso anche costruito progetti di vita indipendente. Dall’altra parte, i richiedenti asilo e titolari
hanno in alcuni casi a partire da questa esperienza avviato carriere di operatori socio-sanitari o assistenti
familiari.
Il progetto nasce in un contesto specifico, quello di Trento, dove da anni il Centro di Salute Mentale porta
avanti la logica del “Fare Assieme”, basata sul riconoscimento del sapere esperienziale di utenti e familiari e
sulla sua valorizzazione come parte del percorso di cura, e dove altre iniziative simili erano già attive. Il
Comune di Trento sottolinea come il progetto faccia ormai parte integrante del welfare locale e abbia
portato a notevoli riduzioni dei costi: per il Comune il costo massimo è di 23 euro al giorno per persona,
quando i costi in struttura sarebbero molto più alti, di almeno 100 euro al giorno 12.

Progetto Homefull Roma
Homefull è un progetto della cooperativa Programma Integra di Roma finanziato dalla Regione Lazio
tramite un avviso pubblico denominato “Innova Tu: la nuova sfida dell’innovazione sociale”. Il progetto è
stato realizzato nell’anno 2015 ed aveva l’obiettivo di costruire un modello innovativo di incontro
generazionale tra anziani e giovani, in particolare giovani stranieri, attivando delle coabitazioni tra giovani
migranti e anziani autosufficienti nel territorio del comune di Roma. Le convivenze si attivano a casa degli
anziani che vivono soli ma hanno disponibilità alloggiativa idonea a garantire l’indipendenza del giovane
straniero ospitato, il quale in cambio offre all’anziano piccoli aiuti pratici.
Il progetto prevedeva una prima fase di selezione dei partecipanti 13. A partire dalle 71 domande di
partecipazione arrivate, sono stati selezionati 10 giovani migranti con i requisiti richiesti ossia: essere
richiedenti asilo, titolari di protezione o migranti economici tra i 20 e i 29 anni con buona conoscenza della
lingua italiana. Si tratta di 9 uomini e 1 donna provenienti da Afghanistan (3), Bangladesh (2), Burkina Faso,
Ciad, Mali, Nigeria, Senegal. 3 di essi sono richiedenti asilo, 3 titolari di protezione sussidiaria, 1 titolare di
protezione umanitaria, 3 migranti economici. I 10 giovani selezionati hanno svolto un corso di formazione di
18 ore, mirato a fornire ai partecipanti conoscenze rispetto alla condizione e ai bisogni delle persone
anziane e alla comunicazione, approfondendo aspetti quali l’empatia, l’ascolto attivo, i codici comunicativi.
Allo stesso modo per i 15 anziani partecipanti è stato attivato un percorso di formazione per la conoscenza
della condizione dei migranti e della comunicazione interculturale, della durata di 9 ore. Al termine dei due
corsi di formazione è stata svolta un’attività denominata di socializzazione congiunta, in cui i due gruppi
hanno lavorato insieme per conoscersi, entrare in relazione, creare le condizioni per lo sviluppo
dell’empatia durante le 12 ore previste. Questa fase era propedeutica al matching tra anziani e migranti,
tuttavia al termine del percorso solo due donne anziane hanno voluto avviare la coabitazione a fronte dei
cinque previsti. Sono state perciò avviate solo due coabitazioni, e questo risultato è stato attribuito alla
troppo breve durata del progetto (11 mesi) che non ha consentito di adeguarsi ai tempi lunghi di cui ha
bisogno la costruzione di legami relazionali di fiducia nuovi e interculturali.
La figura di un tutor ha accompagnato tutto il percorso prima, durante e dopo le esperienze di convivenza.
Il tutor ha svolto numerosi colloqui in entrata con le due anziane e i due giovani stranieri, sia individuali che
di coppia, che hanno portato alla stesura di un patto di convivenza in cui le parti si impegnavano a
realizzare quanto concordato. Durante le coabitazioni erano previsti colloqui quindicinali di monitoraggio
dell’esperienza – individuale e di coppia – e un’attività di supervisione metodologica periodica.
Secondo quanto riportato, i risultati delle due convivenze sono molto diversi. In un caso, la coppia è stata in
grado di superare anche alcune situazioni di tensione e ad arrivare ad una convivenza distesa e alla crescita
di una relazione importante, che prosegue anche dopo la fine della coabitazione. Nell’altro caso la
convivenza è stata più problematica, sono sorte difficoltà relazionali e comunicative che hanno portato ad
una chiusura della coabitazione ma anche della relazione.

Progetto Vivere Insieme – Busto Arsizio
Vivere Insieme è un progetto dell’Associazione di Volontariato Quindi di Busto Arsizio (VA)14. Il progetto
intende attivare coabitazioni tra giovani italiani e giovani stranieri che scelgono di vivere insieme per un
periodo di tempo nel territorio di Busto Arsizio. Il progetto è stato avviato nel 2017 con l’avvio di una
coabitazione tra tre giovani italiani e tre stranieri in un appartamento concesso in comodato gratuito da un
privato. L’idea è quella di fornire ai migranti un alloggio e un contesto relazionale ricco che consenta
un’integrazione sociale accelerata dall’interazione con la componente più giovane della popolazione locale,
e ai giovani locali un’occasione di sperimentarsi in una coabitazione interculturale e arricchente. In questo,
il supporto dell’Associazione si qualifica come non professionale. La durata dell’accoglienza è variabile in
base al progetto individuale di ciascun ospite straniero, alle sue necessità formative, di ricerca del lavoro o
di una casa. In ogni caso, il progetto individuale finalizzato all’autonomia dura inizialmente sei mesi e può
essere prorogato altri sei mesi. Le persone da coinvolgere nel progetto e da inserire in convivenze vengono
selezionate sulla base delle loro motivazioni e aspettative. Al momento i tre giovani italiani sono 2 donne e
1 uomo tra i 25 e i 32 anni, mentre i tre stranieri sono due guineani e un ivoriano di età compresa tra i 20 e i
31 anni.
La particolarità del progetto è che si basa su finanziamento privato e sul volontariato. L’associazione, per
scelta politica, ha infatti deciso di non rivolgersi a finanziamenti pubblici per l’accoglienza. Per questa
ragione il progetto si basa sul contributo volontario dei membri dell’associazione e sui fondi raccolti tramite
un crowdfunding attivo sul sito del progetto, tramite il quale i privati possono sostenere il progetto con una
quota di 15 euro mensili.

Progetto Tandem – Parma
Tandem è un progetto avviato nel 2016 dal CIAC – Centro Immigrazione Asilo e Cooperazione di Parma
nell’ambito dello SPRAR del Comune di Parma. Il progetto coinvolge giovani italiani tra i 18 e i 29 anni –
studenti universitari o lavoratori precari – e giovani titolari di protezione internazionale o umanitaria in
uscita dai progetti SPRAR e CAS in programmi di coabitazione della durata di sei mesi rinnovabili di altri sei.
Il progetto prevede che tutti i beneficiari, sia i giovani italiani che i titolari, paghino un contributo mensile di
140 euro per l’affitto; per questa ragione vengono coinvolti i titolari di protezione che hanno già una
relativa autonomia economica ma necessitano di soluzioni abitative low cost e di un supporto al loro
percorso di integrazione sociale. Il progetto coinvolge attualmente 4 giovani italiani e 4 giovani stranieri che
convivono in due appartamenti messi a disposizione in comodato d’uso gratuito da un privato e da
un’associazione nel centro di Parma. I giovani italiani sono stati selezionati tramite bando. I candidati hanno
partecipato a un processo di selezione curata dall’équipe del CIAC e basata per il 30% sulla valutazione del
curriculum e per il 70% sui risultati di un colloquio per la valutazione di diversi aspetti, quali le conoscenze
sul tema del bando, le motivazioni, le aspettative, le capacità relazionali. Veniva inoltre chiesto ai candidati
di elaborare una proposta progettuale per un’attività di sensibilizzazione che avrebbero messo in opera in
caso di coinvolgimento nel progetto.
Il progetto è concepito non come rivolto unicamente ai titolari che vengono accolti, ma come uno
strumento di supporto all’autonomia sia per i titolari che per i giovani italiani, che hanno la possibilità di
abitare nel centro di Parma a prezzi sostenibili e di rendersi indipendenti; si supera così l’approccio
asimmetrico delle relazioni d’aiuto per promuovere una partecipazione su un piano di equità. Il progetto
punta molto sulle dimensioni della condivisione, dell’interculturalità e della cittadinanza attiva. I beneficiari
sono infatti chiamati a dedicare circa 5 ore settimanali per lo svolgimento di attività di informazione e
sensibilizzazione alla cittadinanza o la partecipazione ad incontri e seminari. Partecipano inoltre a un
percorso formativo di 20 ore che può essere riconosciuto per i crediti formativi universitari per i beneficiari
iscritti all’Università degli Studi di Parma e che affronta i temi del cohousing e social housing, del lavoro di
comunità, della mediazione dei conflitti, del sistema di accoglienza dei migranti, delle politiche in materia di
asilo.

Housing sociale

Progetto ViaPadova36 – Milano
ViaPadova36 è un progetto attivato nel 2011 da Fondazione Housing Sociale e finanziato da Fondazione
Cariplo e Regione Lombardia. Il gestore sociale coinvolto nel progetto è l’impresa sociale Abitare Sociale
Metropolitano srl, e gli enti partner sono diverse cooperative del territorio. Il progetto non è rivolto nello
specifico a richiedenti asilo e titolari di protezione umanitaria e internazionale, ma più in generale a
persone e famiglie con vulnerabilità, tra cui persone e famiglie immigrate. Concretamente, il progetto si
attua in un edificio sito in via Padova, una delle vie più multietniche di Milano, in cui 15 alloggi vengono
utilizzati per i destinatari, 8 alloggi destinati a famiglie di immigrati e 7 a famiglie e persone in difficoltà e
vulnerabilità sociale (madri sole con figli, padri separati, persone con fragilità psichica). L’attivazione del
progetto ha consentito il recupero non solo degli alloggi in dotazione al progetto ma dell’intero edificio,
tramite interventi migliorativi dell’accessibilità, della funzionalità, dell’efficienza energetica e dell’estetica.
Gli alloggi vengono offerti a canone calmierato.
La caratteristica principale del progetto è quella di presentarsi non solo come iniziativa di inclusione
abitativa ma anche e soprattutto come hub di attività sociali, commerciali e culturali rivolte agli abitanti
degli alloggi e aperte al quartiere e alla città. Particolare attenzione è stata data alla relazione con il
quartiere, adottando la soluzione di includere negli alloggi dell’edificio tre famiglie, dette “famiglie
consapevoli”, appositamente selezionate e formate per fungere da punto di riferimento per gli abitanti e di
promozione e mediazione con il quartiere. Oltre a questo, il progetto sviluppa due attività commerciali che
ruotano attorno all’idea di imprenditoria sociale e che hanno l’obiettivo di promuovere socialità,
integrazione, cultura e lavoro per i destinatari. La prima e più importante è Share (acronimo di Second Hand
Reuse), un negozio di abbigliamento di seconda mano ma di qualità gestito dalla cooperativa partner Vesti
Solidale, in grado di generare proventi da reinvestire nel progetto ViaPadova36 ma anche in altri progetti
sociali milanesi e di offrire occasioni di inserimento lavorativo ai destinatari del progetto. La seconda è il
Laboratorio del Caffè, negozio di caffè e capsule riciclabili.

Progetto Le mani per vivere insieme – Senigallia
Le mani per vivere insieme è un progetto di autocostruzione realizzato a Senigallia tra il 2007 e il 2012.
L’autocostruzione è un processo edilizio che consente a qualsiasi cittadino di costruire la propria casa
lavorando insieme ad altri cittadini che hanno lo stesso obiettivo. Si qualifica come autorecupero se
applicata a edifici già esistenti da ristrutturare. I cittadini che autocostruiscono la propria casa lavorano
direttamente nel cantiere quando possono – nei weekend o nelle ferie se lavorano – sotto la guida di
personale specializzato e al termine del processo la casa diviene di loro proprietà a costi molto ridotti
rispetto all’acquisto di una casa. Si tratta di un processo sociale oltre che edilizio perché richiede la
costituzione in cooperativa edilizia da parte dei beneficiari, che devono poi organizzarsi per lavorare in
gruppo in modo condiviso ed efficace. Il processo è coordinato da un ente gestore che si occupa di fornire il
personale specializzato e supportare i cittadini sul lato tecnico e amministrativo.
Per quanto riguarda nello specifico il progetto Le mani per vivere insieme il processo è stato avviato nel
2007 con la concessione del finanziamento da parte della provincia di Ancona, che ha promosso il progetto,
e del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali attraverso il fondo per l’inclusione sociale dei migranti.
All’interno del progetto sono stati svolti due percorsi formativi, uno rivolti ai tecnici di cantiere sul tema
dell’housing sociale, e uno agli operatori del progetto sulla mediazione dei conflitti e sulla gestione dei
processi partecipativi. È poi stato realizzato il progetto di autocostruzione edilizia vero e proprio, che è
consistito nella costruzione di 20 alloggi a Senigallia, in località Cesano. La gestione tecnica e operativa è
stata affidata a due enti gestori: il Consorzio Solidarietà di Senigallia e il Consorzio ABN di Perugia.
Le 20 famiglie autocostruttrici sono state selezionate in modo da risultare per il 50% famiglie italiane e
comunitarie e per il 50% famiglie extracomunitarie. Le famiglie, sotto la guida dei tecnici degli enti gestori,
hanno costruito 20 appartamenti suddivisi in 4 blocchi da 5 alloggi ciascuno, per un totale di 4
appartamenti piccoli da 65mq, 4 appartamenti medi da 103mq e 12 appartamenti grandi da 116mq. Hanno
beneficiato del progetto: 9 famiglie italiane, 5 famiglie albanesi, 2 famiglie ucraine, 1 famiglia polacca, 1
famiglia cinese, 1 famiglia iraniana e 1 famiglia algerina.
Il prezzo finale – compreso tra i 117 mila e i 161 mila euro in base alle dimensioni dell’alloggio – è risultato
inferiore di più della metà rispetto al prezzo di mercato, che le famiglie hanno potuto pagare in parte con
un contributo fornito dal progetto (12.600 euro ad alloggio) e in parte con un mutuo agevolato concesso da
Banca Etica. Le case sono state completate e assegnate a fine 2012.

Intermediazione immobiliare

AMA – Agenzia Metropolitana per l’Affitto Bologna
AMA è un’associazione senza fini di lucro costituita su input della Provincia di Bologna nel 2008 i cui
associati sono istituzioni locali e associazioni di categoria del territorio, tra cui: la Città Metropolitana di
Bologna, 34 comuni dell’area bolognese (sui 55 totali della Città Metropolitana), l’ACER Bologna (Azienda
Casa Emilia Romagna provincia di Bologna), l’APPC (Associazione Piccoli Proprietari di Casa), l’ASPPI
(Associazione Sindacale Piccoli Proprietari Immobiliari), l’UPPI (Unione Piccoli Proprietari Immobiliari),
Confabitare – Associazioni proprietari immobiliari, il Sunia (Sindacato Unitario Nazionale Inquilini e
Assegnatari), il Sicet (Sindacato Inquilini Casa e Territorio), l’Uniat (Unione Nazionale Inquilini Ambiente e
Territorio), la Conia (Confederazione Nazionale Inquilini Associati), la CNA (Confederazione Nazionale
dell’Artigianato Piccola e Media impresa), l’Azienda Servizi alla Persona Città di Bologna.
AMA è un’agenzia di intermediazione che ha l’obiettivo di far incontrare domanda e offerta di alloggi in
affitto con canone concordato, i cui beneficiari sono persone e famiglie con reddito medio e medio-basso
residenti nel territorio del progetto, anche immigrate ma senza un focus specifico su richiedenti asilo e
titolari di protezione umanitaria e internazionale. Il contratto di locazione a canone concordato, regolato
dalla Legge 431/98, ha alcune caratteristiche che lo differenziano dal contratto a canone libero: deve
adottare un testo predeterminato da accordi territoriali siglati dalle associazioni locali di categoria; ha una
durata minima di 3 anni più 2 di rinnovo (3+2), fino ad un massimo di due periodi (6+2); fa riferimento ad
un canone determinato tra un livello minimo e un massimo calcolato sulla base di alcuni parametri
dell’alloggio (superficie, categoria catastale, ubicazione, numero vani, presenza posto auto, presenza
ascensore, qualità energetica ecc.). Sulla base di questi e altri parametri il canone rientra in una delle tre
fasce previste: minima, media o massima. Per quanto riguarda la città metropolitana di Bologna, ad
esempio, i valori al mq all’anno sono riassunti nella tabella 2.
Tabella 2. Valori al mq all’anno per il calcolo del canone concordato nel territorio metropolitano di Bologna.

 

Fascia minima

Fascia media

Fascia massima

Zona di pregio

Da 50 a 132 €/mq

Da 55 a 147 €/mq

Da 60 a 158 €/mq

Zona A

Da 41 a 108 €/mq

Da 46 a 117 €/mq

Da 50 a 132 €/mq

Zona B

Da 36 a 92 €/mq

Da 38 a 101 €/mq

Da 42 a 110 €/mq

Fonte: elaborazione dell’autore sulla base dell’Accordo territoriale tra le associazioni di categoria applicabile al
territorio metropolitano di Bologna.15
Le variazioni tra i valori minimi e massimi all’interno di ciascuna fascia dipendono dalla serie di parametri
prima elencati oltre che da una ulteriore suddivisione interna alle zone tra zone di pregio e zone degradate.
All’interno di queste quote minime e massime, il proprietario stabilisce un canone mensile.
Il servizio si rivolge quindi a inquilini con reddito intermedio, selezionati mediante apposite graduatorie
dalle amministrazioni comunali aderenti al progetto. Il principale requisito valutato per la selezione è
l’incidenza percentuale del canone di locazione sul reddito percepito dal nucleo familiare, che non deve
essere superiore al 30% in modo da consentire al candidato di poter sostenere il costo dell’affitto e al
proprietario di avere una garanzia rispetto all’affidabilità economica dell’inquilino.
I proprietari di immobili che mettono a disposizione di AMA gli alloggi ricevono in cambio una mediazione
che consente di minimizzare i rischi, sia preventivamente tramite una selezione attenta di inquilini
economicamente affidabili, sia in corso di contratto, tramite il subentro economico di AMA per 6 mesi in
caso di mancato pagamento dell’affitto e il supporto per lo svolgimento di tutte le pratiche connesse alla
morosità dell’inquilino, compreso un rimborso delle spese legali. Inoltre, a inizio contratto viene stipulata
una polizza assicurativa contro i danni e il proprietario può godere di benefici fiscali. La copertura
economica dei costi dell’affitto in caso di morosità è possibile grazie alla costituzione di un Fondo di
Garanzia finanziato dalla Provincia di Bologna e dal Comune di Bologna, con risorse regionali destinante
all’emergenza abitativa a norma della delibera di Giunta Regionale 817/2012. In base a quanto riportato da
AMA, la morosità dal 2008 ad oggi è inferiore al 3% dei contratti stipulati nell’ambito del progetto.

Conclusioni: apprendimenti per approfondire e progettare
L’analisi delle esperienze proposte nel paragrafo precedente, unite alle considerazioni sul quadro di sfondo
presentate nella prima parte, consentono di trarre alcune osservazioni conclusive utili per un
approfondimento dell’analisi o per la progettazione di interventi per la promozione dell’autonomia
abitativa di richiedenti asilo e titolari di protezione umanitaria e internazionale.
La prima osservazione è che il miglior fattore di promozione dell’autonomia abitativa è la promozione
dell’autonomia economica e lavorativa dei soggetti. Si tratta di un percorso complicato, che richiede tempo
e che forse non è possibile percorrere per tutti. Tuttavia, è certo che per avere accesso al mercato abitativo
in completa autonomia le persone dovrebbero essere nella condizione di soddisfare i requisiti richiesti in
termini di reddito disponibile, possibilità di versare il deposito iniziale, possibilità di dare le garanzie
richieste. Questo è certamente il primo fattore di integrazione abitativa.
La seconda osservazione riguarda il gruppo di destinatari, che non è omogeneo e che è probabilmente
meglio compreso, nei suoi bisogni e nelle possibili risposte, se segmentato in sottogruppi. Alcuni richiedenti
asilo e titolari si trovano in una condizione di esclusione abitativa, sociale ed economica pressoché totale,
altri hanno un minimo di rete sociale e entrate economiche seppur precarie, altri ancora hanno un lavoro
che garantisce loro un’entrata stabile seppur spesso bassa e non sufficiente a garantire un accesso al
mercato abitativo. Questi diversi gruppi di persone possono tuttavia beneficiare di interventi differenti, con
impiego di risorse economiche e di professionalità a supporto differenti.
In questo senso, una terza osservazione connessa alla precedente riguarda l’opportunità di mettere in
campo un mix di interventi che possano rispondere al meglio alle diverse esigenze dei gruppi di destinatari.
Per alcuni è necessario prevedere percorsi completamente gratuiti che lavorino su più fronti – abitativo,
sociale, lavorativo – attraverso progetti ad hoc come ad esempio l’accoglienza in famiglia. Per altri si
possono prevedere interventi intermedi di supporto al percorso verso l’inclusione sociale e l’autonomia
abitativa e lavorativa, non escludendo la possibilità di chiedere una piccola compartecipazione economica
come accade nel progetto di cohousing Tandem. Per altri ancora, che hanno una situazione socioeconomica
più avanzata, può essere sufficiente un’azione temporanea di sostegno all’accesso all’abitazione
di bassa intensità, come il ricorso a servizi di intermediazione immobiliare o l’istituzione di meccanismi e
fondi di garanzia a cui possano accedere per poter fornire le garanzie necessarie ai locatori rimuovendo così
alcune delle barriere all’ingresso poste anche a chi avrebbe un reddito sufficiente per poter pagare un
affitto mensile, oppure può essere pensata la sperimentazione di progetti di autocostruzione o
autorecupero come leva per l’accesso alla casa in proprietà a costi accessibili.
L’analisi delle esperienze messe in campo negli ultimi anni in Italia ci consente inoltre di indicare alcuni
elementi a cui prestare particolare attenzione quando si implementano progettualità volte a promuovere
l’autonomia abitativa di richiedenti asilo e titolari di protezione umanitaria e internazionale. Occorre
innanzitutto prestare molta attenzione alla fase di selezione dei beneficiari, sia delle persone immigrate che
si vuole inserire nei percorsi sia delle persone o famiglie con cui si intende attivare una convivenza o
un’accoglienza. Oltre a valutare le candidature e procedere con colloqui di selezione è opportuno
progettare interventi formativi e informativi in avvio del progetto per consentire alle persone di conoscersi,
di sperimentarsi in situazioni relazionali realistiche e di acquisire conoscenze e competenze importanti per
entrare in relazione con le persone e con la questione migratoria in generale. In secondo luogo, è molto
importante dedicare tempo ed energie non solo al lavoro con le persone ma anche a pianificare e
implementare strategie di reperimento di abitazioni per i progetti che si intendono attivare, strategie che
comprendono ad esempio: attività di sensibilizzazione con i proprietari di case, attività di networking con
enti e privati che potrebbero mettere a disposizione – anche gratuitamente – alloggi per la realizzazione dei
progetti, previsione di meccanismi legali di garanzia a tutela dei proprietari e a sostegno dei beneficiari.
A livello di tipologia di intervento, stando a quanto dichiarano di sé le diverse esperienze, l’accoglienza in
famiglia appare una strada più percorribile, sostenibile e con risultati più evidenti in termini di inclusione
sociale e autonomia abitativa raggiunta dai beneficiari al termine dei progetti, potendo contare sulle risorse
sociali, economiche e motivazionali delle famiglie che fanno la scelta di accogliere un rifugiato in casa e si
prendono cura del suo percorso sociale più ampio attivando diverse risorse informali nelle proprie cerchie,
in aggiunta alle risorse messe in campo dai progetti. Resta tuttavia presente il rischio di esiti non auspicabili
dei progetti in caso di accompagnamento inadeguato da parte delle famiglie ospitanti, soprattutto nelle
iniziative in cui il tutoraggio è affidato unicamente a personale volontario, rischio che può essere in parte
prevenuto, come già indicato, da un attento processo di selezione delle famiglie. In questo senso la
possibile sinergia tra esperienze di attivismo e volontariato come quella di Refugees Welcome e
organizzazioni più strutturate dotate di personale con professionalità specifiche può essere una strada
percorribile. Le esperienze di cohousing mostrano più debolezze sia in termini quantitativi, di numeri di
beneficiari, che in termini di risultati di medio-lungo periodo per l’autonomia abitativa dei beneficiari. La
convivenza tra rifugiati e persone con disagio mentale attivata a Trento rappresenta un caso eccezionale, in
quanto radicato in una storia specifica del Centro di Salute Mentale di quel contesto. Appare più
interessante l’attivazione di esperienze di cohousing tra richiedenti asilo o titolari di protezione con
studenti o comunque giovani sperimentata dal progetto Tandem a Parma, che attiva una serie di risorse
molto importanti per l’inclusione sociale tra pari, anche se è più carente su altri fronti (come
l’accompagnamento educativo, o l’inclusione lavorativa) rispetto a un’accoglienza in famiglia.
In quest’ultimo caso si verifica poi una concezione dell’intervento non limitata a supportare i percorsi di
autonomia abitativa di richiedenti asilo e titolari di protezione ma anche dei giovani, altra categoria
svantaggiata nell’accesso al mercato immobiliare, come evidenziato nei paragrafi precedenti. Quella di
uscire dalla logica dei progetti ad hoc per andare verso un approccio universalistico, o quantomeno
pluriversalistico, è una strategia che consente di rendere le iniziative per l’autonomia abitativa di
richiedenti asilo e titolari di protezione meno isolate dal resto delle politiche sociali e abitative e più
sostenibili, potendo contare sull’appoggio di altri portatori di interesse. Anche l’operazione opposta, ossia
favorire l’accesso di richiedenti asilo e titolari di protezione a servizi universalistici già in essere, come ad
esempio i servizi di intermediazione immobiliare laddove esistano, può essere una strategia perseguibile
almeno per alcuni gruppi di destinatari. Va detto tuttavia che il dilemma tra intervento selettivo e
intervento generalista per gli immigrati è di non facile soluzione per una difficoltà dei servizi a massimizzare
contemporaneamente il benessere degli immigrati e degli autoctoni e anche a fronte di possibili conflitti
che possono essere facilmente sollevati dai secondi (Ponzo e Zincone, 2010). In questo senso non si dà una
strada migliore di altre, ma una valutazione del tipo di servizi presenti, delle caratteristiche dei destinatari,
dei bisogni sociali e abitativi presenti sul territorio e del contesto sociale, economico ed abitativo più
ampio.
Da ultimo, va detto che le esperienze presentate non conducono di per sé all’autonomia abitativa dei
beneficiari, fatta eccezione per l’esperienza di autocostruzione che richiede tuttavia una certà disponibilità
e stabilità economica di partenza. Come detto, l’unica condizione che consente un accesso autonomo al
mercato immobiliare è quella di avere un lavoro stabile, con un salario sufficiente a pagare l’affitto, una
disponibilità economica sufficiente a versare il deposito iniziale e un contratto in grado di fornire le
necessarie garanzie, oltre naturalmente a una situazione di assenza di discriminazioni da parte del locatore.
Una simile condizione è difficilmente raggiungibile da richiedenti asilo o titolari di protezione umanitaria e
internazionale in uscita dai progetti SPRAR o CAS, caratterizzata da una scarsa anzianità migratoria e
dall’assenza di reti familiari a cui potersi appoggiare. Per questo, sono difficilmente pensabili iniziative che
includano in maniera stabile tali gruppi nel sistema abitativo. Tuttavia, simili iniziative, come quelle
presentate e analizzate nel paragrafo precedente, possono certamente supportare queste persone nel loro
percorso verso l’autonomia abitativa. Di per sé sono iniziative che si configurano come un prolungamento
della permanenza in situazioni di very social housing, ossia in soluzioni abitative temporanee costruite ad
hoc, ma in un contesto solitamente più favorevole di quello dei progetti di accoglienza tradizionali. Sono
contesti in cui si può lavorare più facilmente e più intensamente sull’inclusione sociale e lavorativa dei
soggetti, che alla fine è quella che spesso determina anche l’inclusione abitativa. È perciò fondamentale che
simili esperienze prevedano ben più che non un alloggio, ma che dedichino risorse umane ed economiche
all’inclusione dei destinatari globalmente intesa. La mobilitazione di risorse anche informali è spesso
decisiva: sono le relazioni attivate dalle famiglie che accolgono, o dai coinquilini, o dalle loro cerchie a
risultare spesso fondamentali per trovare ulteriori soluzioni abitative, lavori più o meno stabili, tirocini,
opportunità formative, relazioni sociali significative. L’esperienza più sviluppata in questo senso è quella del
progetto ViaPadova36 di Milano, che ha anche creato un’impresa sociale interna e svolge attività sociali ed
economiche per tutto il quartiere in cui è inserito. Tuttavia tutti i progetti presentati, di accoglienza in
famiglia e di cohousing, adottano questo approccio multidimensionale seppur con livelli di consapevolezza
e risorse dedicate differenti.
Una cosa è certa: qualsiasi sia lo strumento adottato, intervenire sull’inclusione abitativa dei richiedenti
asilo e titolari di protezione umanitaria e internazionale a questo stadio del loro percorso di radicamento in
Italia è fondamentale. Le carriere abitative degli immigrati sono infatti segnate da una crescente
polarizzazione: per coloro che riescono a trovare canali di accesso e inclusione abitativa e sociale, si
riscontrano – con il crescere dell’anzianità migratoria – carriere ascendenti in termini di qualità delle
soluzioni abitative, da precarie e condivise a stabili e indipendente; per coloro che invece non riescono a
trovare canali di accesso nei primi anni di stabilizzazione in Italia, la carriera abitativa tende poi ad essere
discendente, scivolando da soluzioni precarie (come quelle nel sistema di accoglienza) a soluzioni abitative
informali di ospitalità gratuita fino a insediamenti illegali e vita di strada (Tosi, 2018). Per questo è così
importante intervenire nella fase della carriera in cui il soggetto è più vulnerabile: l’uscita dai programmi di
accoglienza è proprio quel momento in cui si può determinare in maniera decisiva una carriera abitativa,
ma anche sociale: se la persona in quel momento viene sostenuta nella ricerca di una soluzione abitativa
autonoma è più probabile che si inserisca in un circuito virtuoso ascendente, seppur lungo e non privo di
difficoltà, altrimenti il rischio è quello di relegare le persone in soluzioni abitative sempre più precarie e
marginali da cui sarà sempre più difficile emergere.

 

Note
1 Report di ricerca progetto FAMI PROG-344 “Communitas” – Ente capofila: Labirinto cooperativa sociale
2 I contribuenti stranieri dichiarano in media 13.629 euro annui contro i 21.386 dei contribuenti italiani:
https://www.lavoce.info/archives/49269/immigrati-case-popolari-numeri-miti/
3 https://www.lavoce.info/archives/49269/immigrati-case-popolari-numeri-miti/
4 Si veda il DM 22 aprile 2008, che ha istituzionalizzato in Italia tale definizione estensiva, definendo come alloggi sociali sia quelli destinati a “ridurre il disagio abitativo di individui e nuclei familiari svantaggiati, che non sono in grado di accedere alla locazione di alloggi nel libero mercato”, sia quelli “realizzati o recuperati da operatori pubblici o privati […] destinati alla locazione temporanea ed anche alla proprietà”.
5 Il fondo è stato riattivato nel Piano casa 2014 con il nome Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione, finanziato con 100 milioni di euro per il 2014 e 2015, e poi non più rifinanziato.
6 http://inmigration.caritas.it/. Data consultazione: 27 luglio 2018.
7 http://www.ciaconlus.org/progetti/rifugiati-in-famiglia/
8 http://www.progettovesta.com/
9 https://refugees-welcome.it/
10 https://www.facebook.com/RefugeesWelcomePesaro/
11 Dati aggiornati a gennaio 2017: http://www.vita.it/it/article/2017/01/04/trento-quelle-convivenze-molto-salutari/142064/
12 Ibid.
13 Le informazioni riportate sono estrapolate dal report del progetto, disponibile qui:
http://www.programmaintegra.it/wp/programma-integra/progetti/homefull/
14 http://www.quindiabusto.it/il-progetto/
15 Disponibile qui: https://www.cittametropolitana.bo.it/pianificazione/Engine/RAServePG.php/P/258111020606/T/Accordisottoscritti

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